Combatti da Coraggioso
Un bicchiere rotto e un accendino consumato.
Una bottiglia di Evian e una pallina di gomma.
Guardo i poster, le cartoline, il diploma, le fotografie di quando avevo dodici anni.
Dentro ho un buco nero, un rumore bianco che mi divora dall’interno.
In mezzo al petto ho un timer innescato, sento il conto alla rovescia senza bisogno di svegliarmi.
Ho una paura folle. Tremo e inorridisco di fronte alla mia immagine riflessa nella penombra della stanza. Il dolore è consistente, solido, lo posso sfiorare con la punta delle dita.
Potrei morire qui, in questo momento, senza che nessuno se ne accorgesse.
Potrei lasciarmi andare al flusso di energia negativa e precipitare sempre di più, un corpo inerme che cade dall’ultimo piano di un palazzo.
La voglia è quella di chiudere gli occhi ancora una volta, fingere di nuovo, mentire alle persone che mi sono vicine, giocare a rimpiattino con i sensi di colpa, ritornare allo stadio larvale di un anno e mezzo fa.
Il desiderio di non cambiare affatto, di rimandare tutto al giorno dopo e a quello dopo ancora, sostare perennemente in questo limbo di incertezza assoluta, tirare le lenzuola fin sopra gli occhi e non rispondere più al telefono.
Non abbiamo la Grande Guerra né la Grande Depressione.
La nostra Grande Guerra è quella spirituale, la nostra Grande Depressione è la nostra vita.


