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I Fiori del Male

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  • Section: Recensioni - Category: Curiosità, storie e recensioni
  • Giovedì 10 Luglio 2008 15:11
  • Ultimo aggiornamento Sabato 12 Luglio 2008 22:07
  • Scritto da Andy
Rewind.

Ultima scena John Lydon cinquantenne che insulta la produzione di un reality americano mandando affanculo l’intero sistema marcescente televisivo rinunciando al montepremi in palio.

Fermo immagine su questo vecchio pazzo esibizionista che mostra il medio alla telecamera e ghigna satanico e irriverente, cattivissimo nonostante abbia un look attempato e una canottierina da quattordicenne appassionato di basket.

L’immagine si stoppa, resta così com’è, sbiadita e offuscata dalla luce del tramonto. Passano secondi, attimi indefiniti di quiete improvvisa, quasi malata.

Poi succede qualcosa, di colpo si strappa, si dilata, prende a deformarsi come un palloncino pieno d’aria lasciato schizzare dal baracchino del luna park.  Impazzisce come la pallina di un flipper estatico e in un batter d’occhio ti passano davanti i flashback velocissimi di una vita allo sbando, disastrata, patetica e menefreghista dei quattro drughi che in un niente hanno messo a ferro e fuoco Buckingham Palace.

Adesso ce l’avete di fronte la scena. 

Uno spezzone in bianco e nero, stile cinema muto, che vi mostra le fasi cruciali di un’epoca: il Sessantotto.

Rivolte, conquiste, capelli lunghi, musica, sesso libero, pace e amore all’insegna del peyote. Il cambiamento ha inizio. C’è questa sensazione globale di attesa, la convinzione assidua che stia per avvenire qualcosa. Qualcosa di bello, di magnifico, di nuovo. La morte delle vecchie ideologie e l’avvento di una nuova razza, di un’umanità votata all’arte, alla fratellanza, all’amore, alla musica. E alle droghe.

Per questo quando gli Stones annunciarono che il loro concerto ad Altamont avrebbe rappresentato una seconda Woodstock, sembrava davvero che quella strana utopia di gioia e di felicità perenne potesse realmente prendere vita.

Ma non fu così.

Altamont divenne il concerto più sinistro della storia del rock. Mentre Jagger cantava Under my thumb, un giovane di nome Meredith Hunter che aveva appena tentato di sparare all’efebo frontman dalle labbra carnose, veniva pugnalato a morte da un Hell’s Angels appartenente al servizio d’ordine del concerto.

La pace era finita. L’ascia di guerra dissotterrata. Il sangue versato. L’illusione spezzata.

Qualcosa si era incrinato, anche se non si sapeva esattamente cosa. Il pacifismo näif era stato umiliato, deriso, sbeffeggiato. Le istituzioni erano sempre le stesse, la politica anche, il modo di pensare non si era evoluto. Solo la moda cambia col tempo. Il marcio era marcio, anche coi capelli lunghi e i libri di Kerouac sottobraccio.

Era troppo facile essere di sinistra. Anche la borghesia si dichiarava comunista, talmente era di tendenza. I figli di papà giocavano a fare i ribelli anarchici insoddisfatti, mentre i sottoproletari, non avendone il tempo, dovevano far fronte a necessità di carattere puramente economico-finanziario.

‘Fanculo, i ricchi restavano ricchi e i poveri poveri. Filosofia da bar? Forse, ma dov’erano i cambiamenti promessi, le lotte di classe, i traguardi raggiunti? Dov’era la Woodstock idealizzata e sognata da tutti? Cosa cazzo era successo a quel concerto?

 

Niente. Semplicemente niente.

 

E allora il marcio decise di uscire allo scoperto, in tutta la sua fetida essenza.

 

La rabbia di non poter spezzare le catene invisibili profetizzate da Rousseau, lo sgomento per le discriminazioni classiste, la voglia di spaccare tutto e pisciare in faccia ai perbene pettinati e mansueti come agnellini stava sbucando come la polvere e il putrido che si nasconde sotto il tappeto di casa quando si attendono ospiti.

Il Settantasette, se proprio vogliamo dirlo, era iniziato già dalla Belle Epoque.

In una manciata di anni il fervore musicale divenne indomabile, la contestazione prendeva piede nelle canzoni e la rivoluzione non era più quella gandhiana o studentesca. Non era più la rivoluzione dei banchi di scuola e dei baci rubati sulle panchine. Non era più un gioco.

Nossignori, qui si trattava di guerra, di picconate a tradimento e di teste fasciate. Morte e odio sul palco e fuori.

 

Nacquero, in questo clima di anarchia e caos, i Sex Pistols.

 

I Sex non si potevano considerare dei veri e propri musicisti.

Affatto.

Erano carne da macello. Non sapevano maneggiare chitarre, bassi e batterie come draghi. Neanche come persone normali, ad essere sinceri. Tutto quello che sapevano fare era un gran casino con quelle ferraglie tra le mani. Rumore. Difatti era il rumore il loro dio, il loro credo. Non erano benestanti, né persone colte. Erano criminali da quattro soldi, teppistelli dediti al furto e al taccheggio.

Occhio gente, che stiamo parlando di una GB sull’orlo di una crisi di nervi.

I Pistols vennero reclutati da un tale che gestiva un negozio di cianfrusaglie rock, un certo Malcom McLaren.

Uomo d’affari più che cultore del sound aspro, il vecchio Malcolm sgamò i Pistols a frugare nel negozio e invece di scacciarli o chiamare la madama ebbe l’idea del secolo.

Mettere su un gruppo rock.

All’epoca il punk non esisteva ancora e le uniche tracce di urla isteriche provenivano forse dagli Stooges di Iggy Pop. 

In tutti i casi quando Rotten, Jones, Mathlock e Cook salgono sul palco viene bruciata una fetta di storia. Viene spostato tutto a centinaia di migliaia di anni-luce di distanza dal palco. Il pubblico è allibito. Chi sono quei pazzi con le ciocche appuntite, i lucchetti al collo e la voce gracchiante e siderale?

I Sex Pistols non si accontentano di suonare. Incidono. Sulla pelle, con schegge di vetro e bottiglie rotte. Si tatuano scritte sanguinolente, danno vita a un ballo aggressivo quale il pogo e inneggiano all’autodistruzione. Sono loro i primi a farsi male, ad essere le vittime del sistema. Verranno inseguiti nei vicoli da bande di pseudonaziskin, saranno incarcerati per oltraggio alla Regina, verranno boicottati da tutte le case discografiche, saranno truffati dal loro stesso manager e non guadagneranno un centesimo per tutto questo.

Sid Vicious, il bassista del gruppo che entrerà in un secondo tempo, morirà di overdose a ventun’anni. I Sex si scioglieranno con uno solo album all’attivo, “Nevermind the bollocks”.

Saranno malmenati, umiliati, sconfitti, considerati uno scarto, un rifiuto. E immancabilmente diventeranno mito, leggenda. Diverranno coraggio e caos, ladri di polli col vizio dell’ago in vena tramutati in stelle disintegrate. Polvere e cenere sui loro resti, resti di eroi in un mondo votato al consumismo e all’ipocrisia.

Loro erano sinceri e puri, nonostante tutto.

 

E senza futuro, come tutti noi.

   

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