Notte di mezza estate
e praticamente di studiare non ne avevi mezza, quindi dopo un pomeriggio desolante trascorso in giardino hai optato per trascinare i tuoi panni da giovane drugo all’evento culmine dell’estate cittadina.
Previo giro di telefonate per sapere chi esce e chi non esce, rapida doccia al volo e scelta contorta del vestiario da indossare per l’Estival.
I buoni vecchi Ray-Ban calati sul naso, la camicia azzurra sgualcita incollata alla pelle frizzante di sudore e un paio di jeans d’antiquariato scelti per l’occorrenza.
Questo il tuo destino da perenne studente universitario a caccia di gloria.
Dopo aver perquisito casa alla ricerca di un pacchetto decomposto di Marlboro, ti sei fiondato in macchina senza aver necessariamente controllato il contenuto del portafogli.
Qualcosa avrò, ti sei detto.
In mezzo al traffico nauseante delle sei, con i finestrini abbassati e i raggi di sole che rimbalzavano allegri sugli specchietti, hai acceso la diciottesima sigaretta della giornata.
L’autoradio sputava un pezzo solido dei Black Flag e fuori l’aria era resa irrespirabile dai gas di scarico e dall’afa incombente. Il paesaggio era da cartolina, con l’acqua lacustre che brillava di suo e i ragazzi che passeggiavano sorridenti sotto le palme, tutti abbronzati, tenendo per mano le fidanzate.
Hai ghignato di felicità, nonostante uno stronzo targato Ginevra davanti a te continuava a frenare, costringendoti al rosso dei semafori intelligenti.
Dentro di te in fondo sapevi, eri perfettamente cosciente, che la felicità non è propriamente uno stato d’animo o un traguardo utopico irraggiungibile. Dipende solo ed esclusivamente dalle giornate di sole, dal tasso alcolico nel sangue e dai capelli lisci delle ragazze che ti attraversano la strada.
Ne eri sicuro, non c’erano cazzi che tenessero. Erano i singoli istanti, i tasselli, le situazioni idiote e disperate che ti facevano crescere, la tua visione sognatrice e superficiale del mondo, che ti cambiavano dentro.
Erano momenti che non sarebbero più tornati.
Mentre ti perdevi in queste considerazioni filosofiche da bar, la vista del lago scompariva e l’ambiente iniziava a trasformarsi nel set di un videogioco impazzito, con i banchieri e gli avvocati in libera uscita, i dentisti e i medici che allentavano le cravatte e slacciavano il primo bottone delle camicie, le ventiquattr’ore portate svogliatamente, tutti rigorosamente pronti per il primo apertivo della serata.
In piazza gli addetti ai lavori avvitavano gli ultimi bulloni, appendevano insegne, regolavano l’altezza delle telecamere, e il palco su cui si sarebbero esibiti gli artisti era semplicemente vuoto, lugubre e in attesa.
Dopo aver superato una sedicenne in vespa, hai parcheggiato nel primo posto libero che hai trovato, con una serie di manovre fin troppo brutte per essere prese in considerazione dai passanti.
Il pub era stipato di uomini e donne che non avresti mai saputo distinguere, tutti vestiti bene, tutti dannatamente a loro agio tra cocktail caraibici e magnum contenenti ettolitri di libidine.
Il tavolo più chiassoso era chiaramente il vostro, con i drughi tuoi amici che in infradito, pantaloncini e magliette balneari, si offrivano sigarette e raccontavano aneddoti di vacanze passate.
Tra i saluti generali, hai fatto un cenno al barista, ordinato una serie di pinte gelide da trangugiare velocemente.
Il sole stava arretrando sempre di più, si nascondeva dietro le montagne e i nuvoloni carichi di pioggia iniziavano a compattarsi, avanzando come un esercito pronto allo scontro.
Dopo aver creato un ottimo fondino per la nottata, tra rutti olimpionici e prese per il culo epocali, siete riusciti ad alzarvi in massa, un po’ brilli e un po’ no, e vi siete diretti in centro per la botta finale.
Gocce grandi come pipistrelli crollavano dal cielo scuro e i portici erano gremiti di ragazzi dai vestiti fradici di pioggia, che sorseggiavano birra annacquata e rollavano canne a ripetizione.
La piazza era straordinariamente viva, con i baracchini di champagne, vino e superalcolici assediati dai desperados che ordinavano fiumi d’alcool e pagavano tutti con pezzi da venti.
Tu iniziavi a non capirci più un cazzo, tra mani che ti spingevano e persone che eri sicuro di conoscere ma non ricordavi dove, con gli amici tuoi che continuavano a porgerti calici e offrirti sigarette e domandarti “Tutto a posto?” e stavi bene e anche la pioggia in fondo aveva le ore contate.
I gruppi si succedevano velocemente, le canzoni erano fighe e l’unico scazzo era dato dalla disposizione delle casse che creava una sorta di rimbombo, ma in fondo a te poco importava.
Quando l’orologio centrale scocco l’una, la gente iniziò a scemare, il coprifuoco degli abitanti era stato innestato. Si muovevano in branchi, come sciami di insetti che dovevano assolutamente rientrare nelle loro tane. Fortunatamente una buona parte continuò a far festa e verso le due anche voi, tra un panino per asciugare e l’ennesima Marlboro, avete abbandonato la piazza per la disco.
Il Privilege era desolante. Dentro, solo i residui di una civiltà nascosta, i festaioli che non muoiono mai.
Avete ordinato Chupitos e Jägerbomb, qualcuno si è buttato sul Jack e Cola.
Vi siete rintanati nella sala fumatori, con i polmoni imbrattati di nicotina e catrame altrui, avete ballato Bob Marley e i Village People, Shakira e la solita immondizia hip-hop. Ci avete provato con le conigliette desiderose di essere corteggiate e avete urlato, vi siete abbracciati e quando le palpebre iniziavano a chiudersi, lentamente avete abbandonato anche l’ultimo avamposto.
Nelle prime luci dell’alba, con le chiavi e gli accendini che non si trovano mai, fra strette di mani e “Ci si becca domani, ok?” vi siete ritrovati soli, ognuno con i propri fantasmi e i propri guai.
E mentre la porta di casa si apriva e dentro c’era solo buio e silenzio, hai guardato fuori, verso il lampione acceso e hai visto una farfalla continuare a schiantarsi, impazzita, ossessionata dalla luce, destinata a morire abbagliata da un sole artificiale.
E poi hai chiuso la porta.



